Illusi dalla liquidità: non investire vuol dire non rischiare?

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Divisi tra immobilismo e ricerca di opportunità

Tenere i risparmi fermi sul conto corrente può sembrarci la scelta migliore per difendere il nostro capitale; nessun rischio dietro l’angolo e la sensazione di avere sempre a portata di mano i nostri risparmi. Sarà proprio così?

In realtà anche la liquidità cela dei rischi.

Si tratta di rischi ben nascosti dietro l’apparenza di un saldo invariato, della disponibilità immediata e della sensazione che non ci siano eventi che possano modificare la nostra “ricchezza” accumulata magari con anni di lavoro e fatica.

Rischi di non immediata comprensione legati al risparmio fine a sé stesso, quali l’esistenza dell’inflazione e la conseguente erosione del potere d’acquisto dei nostri risparmi appunto.

L’inflazione, ossia l’aumento generalizzato dei prezzi medi di beni e servizi è quel fenomeno per “colpa” del quale oggi, con la stessa quantità di denaro, possiamo acquistare meno beni e servizi rispetto a vent’anni fa, per esempio. 

Certo, l’inflazione non è più quella degli Anni ‘70 e ‘80. Oggi siamo ai minimi storici, ma prima o poi tornerà a salire: è certo. La Banca Centrale Europea punta al 2% e non ha sicuramente intenzione di tirarsi indietro. Il problema è proprio questo: l’aumento dei prezzi ha un potere erosivo fortissimo, quasi inimmaginabile, sui risparmi tenuti nel salvadanaio.

In pratica, cosa vuol dire questo?

La tabella riportata ci fa comprendere cosa sarebbe successo a un capitale di 10.000€ lasciato sul conto corrente a partire dal 2000 con un’inflazione media dell’1,65% (dati Istat).

il risultato di questa scelta è opposto a quello desiderato: tenendo immobilizzati i propri risparmi alla fine ci si ritrova comunque più poveri. Infatti, dati alla mano, chi ha lasciato il proprio denaro fermo sul conto corrente dal 2000 (pur vedendo invariato il saldo del conto) dopo dieci anni ha registrato una perdita di capacità di acquisto pari a circa il 16% del suo valore iniziale; e di ben il 27% dopo 20 anni. In altri termini, di quei 10.000 euro ne resterebbero oggi soltanto 7.182.

Il futuro non è migliore; con un’inflazione al 2% (obiettivo della BCE) 10.000 euro immobilizzati su un conto che non rende nulla tra 10 anni avranno un potere d’acquisto equivalente a 8.171 euro di oggi; che diventano 6.676 euro dopo altri 10 anni. Una perdita di valore pari rispettivamente al 18,30% e al 33%.

Come si comportano i risparmiatori?

Per noi italiani tenere alte giacenze sui conti correnti costituiva una prassi consolidata. Oggi lo è in quasi tutti i Paesi industrializzati a causa delle incertezze legate alla pandemia: esiste una marea di liquidità sui conti correnti di noi cittadini.

Oggi lo è in quasi tutti i Paesi industrializzati a causa delle incertezze legate alla pandemia: esiste una marea di liquidità sui conti correnti di noi cittadini. La conferma arriva dall’ultimo bollettino mensile dell’ABI, secondo il quale, nel mese di ottobre gli italiani hanno aggiunto ai propri conti correnti ben 32 miliardi di euro, con un incremento del 9,5% su base annua. Un balzo in avanti che ha portato la liquidità totale nazionale a superare la cifra di 1.700 miliardi con un aumento in valori assoluti di 149 miliardi in un solo anno.

Non proprio un bene. Quell’enorme liquidità significa che i consumi vanno a rilento – e quindi l’economia soffre – e che quei risparmi non verranno rivalutati, o forse è meglio dire falcidiati dall’inflazione.

Come affermato dal Governatore della Banca d’Italia “I depositi vanno smobilizzati grazie agli investimenti”.

Questo non vuol dire che bisogna investire tutti i propri risparmi sul mercato azionario oppure in obbligazioni. Significa però organizzare una gestione più efficiente delle proprie risorse.

Nel mondo siamo famosi per la nostra grande capacità di risparmio e per la nostra voglia di proprietà immobiliare.

Cosa potremmo fare di più?

Generalmente, negli altri Paesi europei si investe più efficacemente. Secondo Euler-Hermes, tra il 2003 e il 2017, la variazione di ricchezza registrata in Italia è stata imputabile al risparmio per l’87% e solo per il 13% agli investimenti. Diversamente, in Paesi come Spagna o Francia la crescita della ricchezza grazie alle attività finanziarie contava per il 53% e il 38%. Significa che in quegli anni uno spagnolo – considerando i dati storici di un investimento in un portafoglio bilanciato – ha rivalutato i risparmi investiti, invece di lasciarli in balìa del potere erosivo dell’inflazione.

Dunque, l’inflazione “divora”  nel più assoluto silenzio i nostri risparmi; e questo è un rischio che sottovalutiamo o meglio che spesso non prendiamo nemmeno in considerazione.

Ma a questo punto qual è la differenza rispetto ai rischi legati agli investimenti? Molti pensano che questi ultimi siano più alti… ma è realmente così?

Prima di tutto dipende dalle proprie scelte: i rischi possono essere minimizzati (o no) a seconda della propensione di ognuno. Tuttavia la differenza tra investimento e risparmio è che attraverso gli strumenti finanziari il rischio non esiste e basta, ma viene generalmente remunerato, ossia riceviamo in cambio qualcosa in più.

La storia ci insegna che i mercati sono sì volatili, ma in realtà basterebbe avere pazienza, poiché sono sempre stati in grado, nel medio-lungo periodo, di remunerare chi si è assunto opportunamente del rischio, sia puntando sul mercato azionario, che sulle obbligazioni.

È vero che ogni strumento ha un suo grado di rischio, così come ogni risparmiatore ha una sua storia e un suo obiettivo d’investimento.

In finanza però non c’è solo “la sicurezza della liquidità”; esistono anche possibilità e soluzioni per fare meglio e rivalutare i propri sforzi.

Per questo è importante parlare con il proprio consulente in modo da trovare la combinazione che meglio si adatta alle proprie esigenze; meglio ancora se in un’ottica di diversificazione.

In altre parole, se avete qualche soldo da parte la scelta più efficiente sarebbe quella di investirli in più strumenti, lasciando in liquidità solo lo stretto necessario.

Per ottenere cosa vi starete chiedendo?

La tabella sopra lo dice a chiare lettere o meglio a chiari numeri.

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Massimo Zaniboni

Massimo Zaniboni

Ciao, sono Massimo, e sono un private banker dal 1994.

Sono un esperto di strumenti finanziari che identifica i bisogni del il proprio Cliente e lo guida nella scelta degli investimenti coerenti con la propensione al rischio e l’orizzonte temporale, per garantire la continuità e sostenibilità del patrimonio familiare.